Era una bella giornata invernale, quella che, più o meno, negli anni dell’alluvione di Firenze, mi vedeva bambino, forse un po’ ragazzino, in un bel ristorante tra Pontassieve e la Rufina, lì proprio sotto i’Monte Giovi.
S’era tutti lì, noi familiari: i’babbo, la mi’ mamma, i’ mi’ cugino Fabrizio (un po’ i’ mi’ fratello maggiore, che ora un c’è più), la zia Liliana e i’zio Gino e tanti altri parenti, cugine e cugini e la Zia Alda, a cui ho voluto tanto bene e che non era nemmeno sorella di sangue di mi’babbo, bensì cugina, ma molto più d’una sorella – del resto, tante famiglie operaie e popolari son così, un po’ sconclusionate.
Gl’era i’ matrimonio della Selena, una delle tante cugine di secondo grado, adesso belle signore sessanta-sessantacinquenni ed allora splendide figliole dell’Italia davvero popolare e antifascista nonché del boom economico, che mi portavano con sè in Boboli i’ pomeriggio, dopo i compiti, a giocare e a ruzzare un po’, loro. La Selena gl’era la figliola della Rita, e la Rita ad un certo punto, prima di iniziare il pranzo di nozze, in quella bella giornata di festa, la si sentì male.
Nessuna sceneggiata. La Rita, che gl’era la sorella di’ Corsani, i’socio di bottega di’ mi’ babbo, nonché su’ cugino, gl’era una donna che la un strillava, la un si lamentava. Era una donna forte e oggi l’avrebbe, credo, novantaquattro anni. Però quella mattina la vidi piangere e sentirsi male e un capivo pecché. Cercai, come tutti i bambini sempre un po’ curiosi di chiedillo alla mi’mamma e a i’mi’babbo, che però mi chetavano e mi dicevano che poi m’avrebbero spiegato e che un c’era da fa’ tanta confusione.
Dopo un po’ la Rita la si sentì un po’ meglio, anche se si notava che ogni tanto i’su’sguardo si perdeva e a volte guardava verso i’ Monte Giovi. La giornata proseguì almeno serena e festeggiamo la Selena e i’su’novello marito, con chi scrive che andava dietro a cugini più grandi pe’ aimmeno dare qualche ruzzatina e un po’ noia alle bambine più belline.
Ma la curiosità non è femmina e nonostante tutto l’episodio e m’avea parecchio colpito. Così, mentre finiva la festa, insomma mentre s’era a i’ momento che i’babbo e tutti gli uomini c’avevano il nodo della cravatta un po’ allentato, e bevevano l’amaro pe’ digerire, e le donne le chiacchieravano di più e di meno, m’intrufolai lì accanto a Tétto – così veniva chiamato i’ mi’ babbo dagli amici e da’ parenti – e gli richiesi come mai la Rita la s’era sentita male.
Lì, tra dolci, tovaglioli, babbi, mamme, cugini, zie, zii, sorrisi, sberleffi e scherzi, mi venne raccontata una storia tale che ancor oggi, come si vede, ricordo quella giornata di paffutello adolescente. Una storia, purtroppo, semplice e tragica. Semplice perchè parlava di una donna, la Rita, rimasta incinta nel periodo di guerra. E di una figlia, la Selena, che in pratica un’avea conosciuto i’su babbo.
Ma la un’era una storia di donne abbandonate e figlie di nn. Per nulla. Era la storia di babbo della Selena che, dopo ave’ sposato la Rita e aver avuto con lei la Selena, gl’era stato costretto a dassi alla macchia pe’ non esse’ preso da que’ siflitici merdosi de’ fascisti o de’ tedeschi, che lo voleano porta’ in Germania perché disertore dopo l’otto settembre e fallo morì lì, dopo che l’avea pure combattuto militare, prima dell’otto settembre di ’43.
Giulio, si chiamava Giulio. Come si potrà intuire gl’era comunista. Gl’era comunista come i’Corsani, che in quella mattina sotto i monte Giovi vedeo piangere e credeo piangesse pecché la su’nipote la si sposava, come i’ mi’ babbo, i’ mi’zio Piero, lo zio Dore, come Rigore, che lavorava in quegli anni sessanta co’ i’ mi’ babbo (preso a lavorà in bottega pecché licenziato da una grande fabbrica metalmeccanica, perché comunista): tutti comunisti e ventenni e trentenni in quegli anni di guerra. E tanti di loro, dopo l’otto settembre, con La Resistenza. E Giulio con loro, sui monti.
I’ mi’ babbo mi raccontò della notte in cui lui e i’su’ fratello, Piero, con Dore (Salvatore, loro cugino), e con altri, presero una barca e traversarono l’Arno vicino a i’ Ponte Vecchio ( e ponti gl’eran tutti giù) pe’ anda’ a raggiungere i partigiani in Appennino. Tètto un andò su’ monti: era già i capofamiglia e lavorava alla Nuovo Pignone, e dovea pure un po’ campa’ la famiglia della mi’ mamma, mentre la mi’ mamma la lavoraa aggli Svizzeri. Comunque sia, anche lui e fece icche si dovea fare in que’ momenti, come tanti altri, silenziosi e poi tornati ne’ ranghi di lavoro quotidiano.
Ma Giulio un tornò più. Misero insieme in Brigata solo Piero e Dore, e già fecero uno strappo, perchè un si metteano e parenti insieme a combattere (i’ fratello, i’cugino un lascia l’altro nemmeno morente e questo in guerra è pericoloso e non concesso). Giulio l’andò in un’artra Brigata, anche se tutti garibaldini.
Nelle settimane precedenti la liberazione di Firenze, le Brigate partigiane scendevano giù dall’Appennino e tutti questi nomi, queste persone, erano lì. Scendevano e combattevano. La formazione in do’ gl’era Giulio pare che alla fine la sia stata intrappolata da tedeschi e da que’ siflitici di merda de’ fascisti. Forse non morirono subito. Forse, secondo quel che si diceva nella chiacchiera partigiana, saputa poi anche dalla famiglia, i nazisti e fascisti fecero salire i superstiti, tra cui Giulio, su dei camion e li portarono proprio sul monte Giovi, lì sopra qui’ ristorante dove vent’anni dopo la su’ figliola avrebbe festeggiato i’ su’ matrimonio. E lì su i’ Monte Giovi li trucidarono letteralmente, senza nemmeno la pietà di una fossa comune, forse. E comunque sia, il corpo di giulio non venne mai trovato.
Tètto e mi spiegò tutto. Uomo che aveva la quinta elementare, riuscì a sapermi dire tutto ciò per filo e per segno. E con lui mi e ci spiegavano le cose lo zio Gino, mai stato comunista, gl’era un moderato socialista e dipendente dell’Istituto geografico Militare, come la mi’ nonna, e tutti gli altri. Non uno, non uno aveva una lacrima agl’occhi, ma la storia di Giulio, della Rita e della Selena la sapeano tutti e un ciaccolaano.
Un ciacolaano, puttana miseria. E passati un po’ d’anni, i’ mi’ babbo mi disse – ero già un giovincello rovinaho dalla politica e aveo tanto da imparare come ora – : nacchero, se quei merdaioli de’ fascisti dovessero tornare, diobbono questa volta la barca la lascio da quell’altra parte dell’ Arno perché un torno indietro e questa vorta sparo anch’io. Meno male ch’è morto nel 1989 e un ha visto Berlusconi, anche se ha visto morire Berlinguer, piangendo pe’ la prima vorta nella su’ vita davanti anche a me.
A Piero, a Dore, a Rigore e ad altri io, adolescente e ragazzino del boom economico, chiedevo sempre: ma quanti fascisti v’avehe ammazzato? Nessuno mi ha ma’ risposto. Un gl’ era un vanto ammazzare, nemmeno ammazzare e fascisti.
Sono un cinquantenne fortunato. Ho potuto vedere e sentire, insieme a tanti miei coetanei, e danni fatti da fascisti e non solo. Ho potuto conoscere una genia di uomini e donne rispetto a cui ni siamo nani. Nani? Forse meno. Ciònonostante, Piero – che oggi c’ha ottanticinque anni e gl’è un po’ rintronato – quelle pohe vorte che mi vede, mi esorta sempre a partecipare alla politica, a non demordere. Anche se la su’ moglie, la mi’ zia Bianca, la gli dice sempre: ma se dopo la guerra te l’hanno messo in qui’ posto, co’ ruffiani di’ partito a fa’ carriera e te a lavorare? E lui gli risponde: un emporta, quando una cosa l’è da fare la si fa e la si fa. Punto.
Punto. Spero sia chiara la metafora: Spero sia chiaro il mio tentativo di conforto allo sconforto. Mi scuso pe’ le pene di chi la guerra un ha fatta ma ha visto di certo tante altre sofferenze.
Mi scuso ma sentivo di divvi tutto questo feulleiton. Mi son sentiho di divvi, care amiche e cari amici, che forse oggi siamo sconfortati da questa politica e da un mastella o da una faccia di culo come quella di dini. E forse siam sconfortati anche da una sinistra indicibile. E forse le prossime elezioni, anzi senza i’ forse, le rivince i’Berlusca.
Ma a me, finché campo de forse un me ne importa una sega. Un gliene importaho a chi ventenne e trentenne andaha su monti, più di sessanta anni fa, e a me, bello, pasciuto, sereno dovrebbero venire in mente i forse? A me come a tanti altri…. In piedi, in piedi!! Almeno la dignità di essere democratici ed antifascisti. Questo, dioperdio, un ce la tolgono. In piedi, compagne e compagni….
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